La diaspora

febbraio 28, 2014

Parlando con un amico ho cominciato a riflettere sulla decisione presa circa un anno fa, in quel di Torino. In quei giorni strani decidemmo di emigrare, e tutta la nostra visione del mondo cambiò, si aprì un attimino su orizzonti diversi e più ampi.

Non che mi sia pentito, tutt’altro. A volte c’è solo un vuoto che fatica a colmarsi, ed è quello di poter parlare con ricchezza di dettagli e profusione di sfumature linguistiche con un amico, uno di quelli che conosce persino gli antri più nascosti della tua psiche. Il tedesco che conosco io mi permette appena di esprimere idee semplici e al massimo la natura di una sensazione. Conosco almeno qualche pittoresca espressione, e anche qui a volte valgono più di un ricco e variegato discorso.

Ma sto divagando. Certe scelte ti rimangono appese alle spalle, per ricordarti quanto sia potente la possibilità di scegliere e di poter caricarsi delle responsabilità e delle conseguenze che ne derivano. Tutte cose che sappiamo. E sappiamo anche quanto sia difficile e frustrante perseguire quella strada che abbiamo scelto di intraprendere. A volte quelle difficoltà ti soffocano e ti fanno perdere di vista gli obiettivi. 

A volte serve calma, e parsimonia di sentimenti. Bisogna guadare le acque infide e melmose, sperando di poter scorgere prima o poi una riva tra i fitti banchi di nebbia. A volte invece la nebbia si dirada, le acque cambiano colore alla luce del sole, e ti accorgi di essere lambito dalle acque color smeraldo di una laguna incantevole. Così è, ci si deve fare l’abitudine, soprattutto se sei incline ad un certo nervosismo e coltivi l’impazienza come una qualità superiore.

D’altra parte ci sono stati motivi per lasciare quel rivolo, quel fiumiciattolo, sopra il quale la tua barchetta scorreva in un modo o nell’altro. Il Motivo, e poi gli altri motivi. 

Sono d’accordo con il mio amico, con la suo visione forse pessimista, senz’altro realistica. D’altra parte mi fa ricordare quel senso di rifiuto che provavo nei confronti del mio piccolo e soggettivo mondo, una volta accettata la responsabilità della mia scelta. Forse a volte abbiamo bisogno di vedere certe cose sotto una luce diversa, per dare un peso e un valore alle nostre scelte. Faccio la scelta, prendo una nuova strada, mi incammino, e il bosco che ho appena lasciato alle spalle diventa via via più oscuro man mano che mi allontano. Vero, è così, e sono d’accordo anche con quelli che ci provano veramente, a cambiare le cose o ad adattarsi al meglio, traendo forza dai propri insegnamenti.

Trovo che certe persone rimarrebbero volentieri lì dove sono, ma se un paio di scarpe vanno strette, vanno strette. Sembra un discorso semplice, ma la scelta che comporta non è affatto facile. Ci si può confrontare sul fatto che in Italia, così come in altri posti nel mondo, non si possano cambiare le cose, perché non basta trovare nuove regole in un condominio se nessuno le rispetta e le vuole rispettare (dipende poi ovviamente quali sono le regole e se hanno una praticità). 

Questo mio amico ha le sue radici in Piemonte. Ogni volta che tornava in Piemonte, e più precisamente a Torino, il suo corpo rispondeva meglio alle sollecitazioni ambientali. E magari eravamo stati solo ad Ospedaletti, Savona, Liguria. Tutto ciò non mi torna. I luoghi rimangono per lo più tali, non cambiano se non per cataclismi (naturali o artificiali), nell’arco di qualche anno ovviamente. E si rimane lo stesso nostalgici, quando ci si assenta per molto tempo.

Dico solo che mi stupisce. D’altra parte vorrei che i miei amici vivano al meglio la loro vita, tra scelte e obiettivi da perseguire. 

E se l’unico modo che hanno per farlo è allontanarsi da quel luogo che li ha fatti diventare per come sono, vedo un vuoto difficile da colmare. Vedo possibilità promesse e mai mantenute. Vedo l’impotenza di gente che ha ormai imparato ad allargare le braccia al cielo e raccogliere ciò che cade, che sia pioggia o merda rilasciata dalla cabina-bagno di un aereo. Non che io abbia imparato diversamente. Dico solo che è difficile accettare la sconfitta, non solo mia ma anche quella di un amico.

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5 Risposte to “La diaspora”

  1. phisaz said

    Bello, autentico. Come capisco… Pero’ io di vuoti ne ho molti di piu’ che non riesco a colmare . Sara’ che non conosco ancora le pittoresche espressioni.

    • faustopapetti said

      Grazie per il tuo commento, vedo che siamo “quasi” vicini di casa, io abito al Nord, dalle parti di Hamburg!
      Francamente non saprei individuare precisamente la natura e le origini degli errori che stanno alla base del Problema in Italia. Ho solo delle sensazioni, provocate da quel che leggo e da quel che sento dai miei amici. Poi per farlo diventare un posto bello in cui vivere non servirebbero necessariamente interventi in aree economiche o nel mercato del lavoro, o almeno credo, non sono un esperto. Credo che queste cose cambierebbero di conseguenza se si modificasse il modo di ragionare della gente, se si cominciasse ad allevare la curiosità e la creatività nelle giovani persone, ad instillare un maggior senso civico e ad educarli all’esercizio di un minimo di senso critico. Mi sta bene che si abbiano delle opinioni, ma se queste portano solo a delle divergenze insormontabili per via dell’ indirizzo politico di tali idee, allora manca totalmente l’aspetto creativo delle idee. Un primo passo che si dovrebbe compiere in Italia sarebbe il modificare quell’approccio generale della gente ad affrontare i problemi da un punto di vista politico, senza considerare in maniera matura i pro e contro che ogni intervento comporta. Non so, poi magari mi sbaglio. Però i governi che si sono succeduti hanno proprio fatto questo giochetto per anni, rimpallandosi a vicenda le responsabilità, quando in realtà i problemi si risolvono in un altro modo, intervenendo con competenza in problemi che non hanno nessuna base politica. Se la politica in un certo periodo storico è servita per distribuire le ricchezze, ora non c’è una ricchezza da distribuire, semmai un ingranaggio da ripulire e oliare per tornare a funzionare.

      • phisaz said

        Mi ci ritrovo abbastanza con il tuo ragionamento, aggiungo due pezzettini, che pero’ sono tutti politici, perche’ in questo divergo dal tuo pensiero: la politica in alcuni casi c’entra e ha un impatto notevole, per cui non credo possiamo davvero relegarla in un angolo.

        Il primo, il conflitto di interessi.
        Non c’e’ ancora una legge che lo regoli, di conseguenza la tendenza naturale dei nostri rappresentanti e’ stata di dare priorita’ ai propri interessi -e piu’ in generale, di classi e lobby- piuttosto che mettere in prima linea i bisogni reali della popolazione.
        La seconda: la legge elettorale, il porcellum, ha creato un parlamento di eletti, in cui il candidato invece di dare conto alla popolazione per farsi eleggere, si e’ preoccupato di dare conto al proprio capolista.

        Quindi concordo con te che i problemi non hanno nessuna base politica, ma credo che il modo in cui li si deve affrontare e’ in parte una competenza tecnica, in parte politica.

        Sulla ricchezza credo che la vera ricchezza siano le persone e le loro idee .
        Ma, come dici tu, se questo fosse vero bisogna davvero cambiare l’impostazione culturale e sociale

  2. […] poter fermare la diaspora, senza invertirla, proprio cancellarla: radunare tutti qui e ora, come fossimo rimasti, rimasti […]

  3. faustopapetti said

    Ciò che hai aggiunto mi trova d’accordo, nulla da dire. Credo che la base per un effettivo cambiamento sia, prima ancora che diventi azione politica, un necessario ripensamento del modo di fare politica o del sistema attuale in cui tale politica viene concepita (e questo non si dovrebbe fare solo in Italia ma forse dappertutto). Allora diventerebbe un argomento molto vasto e complesso. Ma un ingrediente importante – e non lo dico solo perché sono educatore – per evitare che la politica serva solo ai politici e allo schifoso mondo che gli ruota intorno, è rendere la gente consapevole che per utilizzare al meglio questo strumento (senza essere usati) è necessario comprendere il sistema, almeno in parte. Sono contento se mi regalano una macchina, ma se poi scopro che non so guidarla?
    La politica è importante? Sì. Bisogna però rinunciare a quella fiducia illimitata che spesso abbiamo riportato in certa gente, e reputata come attendibile e competente.

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