Tibet e giardini
febbraio 10, 2012
Ecco uno arrivato in fondo, pensai, mentre levavo la mano a ripararmi gli occhi dal sole. Quel sole del cazzo. Mi passa uno di quei testi in tibetano, che solo lui in questo angolo di terra riesce a decifrare. “Sono stronzate ciò che ci dicono di fare, ciò che diciamo a loro di fare.”, disse, indicando un gruppetto di dementi. “Ho il giardino a casa. Lo pulisco ogni mattina, alle 6 in punto. Con un rastrellino. Quella è la vita vera.”.
Immagina lo scopo. Immagina il vero scopo. Immagina di avere solo un mattino per definirlo, per comprenderlo, e ricavarne alla fine un modus operandi. Una traccia. Che ti aiuti a avere un senso del percorso. Pulire ogni filo d’erba, rastrellare la terra per arieggiarla.
Sul testo tibetano dice questo: “Occupati del tuo giardino, disorientati nel lavoro di pulizia, dimenticati chi sei e focalizza l’attenzione sul singolo filo d’erba. Per ogni mattino. Questo lavoro non avrà mai fine, perchè non saprai distinguere un filo d’erba dall’altro. E così forse il singolo filo d’erba riceverà più volte la tua attenzione. Ma tu penserai che che non è così. Hai piacere di pensare che ogni filo d’erba avrà la sua parte.”. Così mi spiega il tale che ho davanti. Il tale ha i capelli lunghi e un cancro alle ossa che lo divora ogni giorno sempre di più. Ha gli occhi più vivi che abbia mai visto in viso umano. Il resto della paccotiglia che chiamiamo umanità si crogiola davanti alla luce innaturale del televisore, aspettando l’apocalisse. Aspettando qualcosa. Noi tutti aspettiamo qualcosa. L’aumento. L’amore vero. Un regalo. Una sorpresa. Un figlio. La morte. Lui non sta aspettando. Non sa cosa vuol dire aspettare. Non vede il passato, non vede il futuro. Lui è un giardiniere. Si accorge del passare del tempo dal fatto che i fili d’erba sono di un verde smeraldo, oppure di un verde spento, oppure ricoperti dalla neve o smossi dal vento, gonfi di pioggia come gli occhi di una vergine. Quando lavora (il lavoro con la “l” minuscola) pensa al suo giardino. Rastrella con il pensiero ogni filo di graminacea, e prova a fare lo stesso con ogni mente che incontra. Prova a pulirla, ad arieggiarla, a riordinarla. Ho visto il suo giardino. I fili d’erba sembrano raggruppati in file precise, quasi al millimetro. Ogni pietra che ha incontrato nel rastrellare l’ha deposta in mezzo al prato, e le pietre che ha tolto dalla terra, pulite con acqua e uno straccetto, vanno a formare un preciso sentiero, in direzione di uno specchio d’acqua con le foglie di loto. Un roseto circonda il giardino, un confine spinoso e fiorito, che spande nell’aria un piacevole profumo caldo. Ogni sera, in ogni stagione, percorre a piedi nudi il giardino, accarezzando i teneri steli come fossero i capelli di una amata. Ama ogni filo d’erba come ama sé stesso. Qualcuno l’ha visto piangere a dirotto quando qualche stronzetto ha fatto esplodere un petardo sul suo giardino.
Così, quando la maggior parte della gente torna a casa alla sera stanco e incazzato per non si sa quale motivo, lui passeggia sull’erba, ma lui giura che gli steli non sentono dolore, che lo ringraziano facendogli sentire tutto il calore della terra, il tocco di una morbida e setosa mucosa, per tutto l’amore che lui riversa in loro.
Ed è per questo che, mentre mi riparavo gli occhi da un sole spietato, non sentii paura, non sentii il richiamo del domani, non mi pentii di niente, salvo del tempo perso a pensare di poter raggiungere qualcosa. A volte, mi dissi, bisogna perdersi. E forse qualcosa ti raggiungerà. Come la grazia di farsi cullare i piedi dall’erba mentre il sole tramonta e il mondo si zittisce.
Bellissimo.
[...] scritto Claudio. Avevo appena parcheggiato sotto Piazza Vittorio quando ho letto questo suo intervento. Ero in [...]
[...] 1: http://provaciancoracla.wordpress.com/2012/02/10/ecco-uno-arriva/ [...]